Dov’è il tuo Dio? La Speranza nel tempo della sete
Nel tempo estivo, pregando le lodi mattutine, mi sono imbattuto nel testo del salmo 42 che così recita: “mentre mi dicono sempre: dov’è il tuo Dio?”. Mi sono soffermato sulle parole di questo salmo perché in quel momento rappresentavano bene la mia situazione spirituale. Infatti mi capita spesso di dover rendere ragione del mio credere e talvolta anche di essere deriso come uno che crede in un Dio che non si mostra e non agisce nella storia, in altre parole che è insignificante per la vita di ogni uomo. Mi sono chiesto: ma hanno ragione loro? In realtà continuando la preghiera del salmo ho trovato la straordinaria immagine della cerva assetata che è perennemente in ricerca dell’acqua. Così mi sento io alla ricerca dell’acqua fresca della pace interiore e della speranza.
Proseguendo la preghiera, mi sono lasciato guidare proprio da quell’immagine della cerva assetata: non un animale stanco, ma vivo, in movimento, in tensione verso una fonte che forse non vede ancora, ma che sa che esiste. È un’immagine di fede messa alla prova, sì, ma anche di speranza ostinata. Henri Nouwen scrisse: “La speranza significa continuare a camminare in fiducia, anche quando non si vede la strada.”
È così che spesso mi sento: credente non perché ho tutte le risposte, ma perché continuo a cercare, a desiderare, a sperare. La fede, allora, non è la certezza assoluta che tutto andrà bene secondo i miei criteri, ma è la fiducia che Dio c’è, anche quando tace, anche quando la sete si fa sentire più dell’acqua. Madeleine Delbrêl sottolinea infatti che “La speranza comincia quando tutto sembra f inire.”
E proprio qui entra in gioco la speranza. Non una vaga attesa di tempi migliori, ma la speranza cristiana, che ha radici profonde: quella che affonda nel mistero della croce e della resurrezione. Una speranza che sa che Dio agisce anche nel silenzio, anche nel nascondimento, e che non lascia sola la sua creatura.
Mi sono allora accorto che quel versetto provocatorio — “Dov’è il tuo Dio?” — può diventare una domanda fertile, non solo una sfida. È come se il Salmo mi dicesse:«Non smettere di cercare. Non smettere di desiderare. Non smettere di credere che l’acqua viva esiste». Dio non è assente, ma spesso è semplicemente diverso da come lo vorremmo.
E allora comprendo che la fede è camminare nella notte con gli occhi del cuore, non sempre con quelli della mente. È dire “sì” anche quando il senso pieno sfugge, ma qualcosa — o meglio, Qualcuno — dentro di me continua a bussare, a invitarmi alla fiducia. Dietrich Bonhoeffer scrive: “La fede non significa avere una luce che dissolve tutte le nostre oscurità, ma camminare fiduciosi anche quando si è nel buio.”
E capisco anche che la speranza non è evasione, non è illusione, ma è resistenza dell’anima, come quella della cerva che non si arrende alla sete, ma continua a cercare la sorgente. La speranza vera, quella cristiana, nasce non dall’assenza di problemi, ma dalla presenza di Dio anche nelle lacrime, anche nel buio. Pregando con il salmo, lentamente, quella domanda iniziale — “Dov’è il tuo Dio?” — non ha più avuto il tono amaro di una sfida, ma è diventata una preghiera: “Dove sei, Signore? Mostrati a chi ti cerca con cuore sincero.”
E nel profondo, forse senza che me ne accorgessi subito, è tornata la pace. Non una pace superficiale, ma quella strana quiete che nasce dalla certezza che Dio c’è, anche quando tace, e che non smetterà mai di cercarmi come io cerco Lui. Teresa d’Avila a tal proposito scrisse: “Nulla ti turbi, nulla ti spaventi. Tutto passa, solo Dio non cambia. La pazienza ottiene tutto”.
Il salmo 42 poi continua offrendomi una preghiera da custodire nel cuore: “Manda la tua verità e la tua luce siano esse a guidarmi”.
di don Lorenzo Stefan
